Canosa di Puglia, dove vivere la storia.
L’ipogeo (o tomba a camera) è una tipologia curata, ricca e monumentale di tomba di sicura derivazione ellenica. Può essere interamente costruito in blocchi, oppure scavato nella parte inferiore e costruito in quella superiore, o interamente cavato nella roccia (come avviene a Canosa in presenza di potenti strati tufacei). La pianta della tomba a camera è regolare e squadrata e può consistere in un solo ambiente o in diversi, che sono disposti, generalmente, in posizione simmetrica rispetto all’asse formato da dròmos-camera, dando vita, attraverso ripetute aggiunte, a complesse piante cruciformi. Il dròmos costituisce l’accesso alla tomba, generalmente si tratta di un lungo e largo piano inclinato o di un’ampia scala terminante in un vestibolo esterno, da cui si apre l’ingresso (o gli ingressi) alla tomba, chiuso da possenti lastre monolitiche. L’interno è caratterizzato da soffitto generalmente piano o a doppio spiovente o con volta a botte. Queste tombe sono contraddistinte anche dalla presenza di elementi decorativi di vario tipo: semicolonne o lesene sormontate da capitelli ionici o compositi, acroteri, cornici e listelli (come nelle cosiddette porte “doriche”), tutti in rilievo o a volte resi pittoricamente, soffitti a finte travature, false finestre e timpani. Raramente sono presenti scene figurate dipinte (ad es.: Ipogeo del Cerbero) o scolpite a rilievo (ad es.: Ipogeo dell’Oplita).
Questa tipologia funeraria si diffonde a Canosa e in Daunia in età ellenistica (IV-III sec. a.C.) ed è prerogativa delle famiglie appartenenti alla classe aristocratica.



È il più importante complesso funerario di Canusium e dell’intera regione tra la fine del IV e il I sec a.C.. È composto da tre distinti ipogei (I, II e III), scavati interamente sottoterra nel banco tufaceo. Il Lagrasta I, il più grande dei tre, è caratterizzato da un ampio dròmos (corridoio) di accesso e da nove tra camere e vestiboli che si diramano da esso formando una pianta a croce latina, e decorato con semicolonne ioniche. Qui fu rinvenuta nel 1843 l'iscrizione latina su una parete (poi andata dispersa): "Medella figlia di Dasmo, fu sepolta il 28 dicembre del 67 a.C. sotto il consolato di C. Pisone e M. Acilio." Ciò attesta un prolungato uso della tomba, dalla fine del IV sino al I sec. a.C. Il Lagrasta II consta di due camere in asse, al termine del dròmos, e di un ambiente che si apre sulla parete sinistra del corridoio. Presentava originariamente un prospetto su due ordini di colonne: due colonne doriche, ancor oggi visibili, che sostenevano il secondo ordine di colonne ioniche oggi scomparso. Il Lagrasta III si compone di un dròmos inclinato terminante in un unico ambiente in asse e di un secondo vano ricavato nella parete destra del corridoio.


L’ipogeo, risalente alla metà del IV sec. a.C., è noto per il bassorilievo che orna la parete di fondo della camera sepolcrale. Vi è rappresentata una scena di dedutio ad inferos, con un cavaliere, probabilmente lo stesso defunto, accompagnato da un guerriero con armatura politica nel suo viaggio verso l’oltretomba.
È stato oggetto di recupero e valorizzazione ad opera della Fondazione Archeologica Canosina grazie ai fondi del 5x1000.




La tomba, di semplice struttura, si caratterizza per essere scavata nell'argilla e soprattutto per l'affresco (databile agli inizi del III sec. a.C.) su cui, la presenza di Cerbero, il mitologico cane a tre teste, rende palese, ancor più che nella simile raffigurazione nell'ipogeo dell'oplita, il passaggio del defunto alla vita ultraterrena (dedutio ad inferos). Vari personaggi accompagnano il defunto nella funebre processione; tra questi compare un oplita e un cavallo, segno di appartenenza al rango equestre.



L’Ipogeo D’Ambra, databile tra la fine del IV e l’inizio del III sec. a.C., presenta al termine del dròmos una piccola porta dorica di ingresso, inquadrata in una decorazione a rilievo (due paraste laterali, architrave e timpano) scolpita nella roccia, con labili tracce di intonaci colorati. L’interno è suddiviso in un primo ambiente con volta a sesto ribassato (vestibolo o anticamera) dal quale si accede attraverso tre aperture alle camere di sepoltura voltate a botte: la principale sulla parete di fondo, quasi in asse con il dròmos; le altre due, simmetriche, sulle pareti laterali.
È stato oggetto di recupero e valorizzazione ad opera della Fondazione Archeologica Canosina grazie ai fondi del 5x1000.


Venne casualmente alla luce nel 1895 assieme allo Scocchera A posto a dieci metri di fronte. Entrambi, dopo l'asportazione dei ricchi corredi funerari, furono ricoperti e poi perduti; nel primo fu rinvenuta una serie di vasi a figure rosse, una corazza anatomica in bronzo e un elmo celtico, probabile trofeo di guerra, lavorato a sbalzo. Il secondo ipogeo, ritrovato casualmente nel 1979, comprendeva invece alcuni vasi a decorazione plastica, statue di oranti, alcune coppe di vetro, degli orecchini e uno scettro in oro. Nella camera in asse con il dròmos, preceduta da un ingresso con semicolonne, capitelli e frontone (naiskos), ancora si notano tracce di pittura con scena di dedutio ad inferos.
È stato oggetto di recupero e valorizzazione ad opera della Fondazione Archeologica Canosina grazie ai fondi del 5x1000.



Nel 1988 l'intervento della Soprintendenza Archeologica della Puglia ha portato alla scoperta di un insediamento, sfruttato senza soluzione di continuità dal V al I sec. a.C., dapprima come necropoli con tombe a fossa, poi segnato dal sorgere di strutture abitative che, per la saturazione degli spazi, arrivano ad occupare l'area di necropoli; la crescita edilizia si sviluppa poi, attorno alla tomba più monumentale, l'ipogeo datato alla metà del IV sec. a.C., ancora ricco di suppellettili al momento della scoperta. Un impianto per la lavorazione dell'argilla rappresenta l'ultima fase di utilizzo del luogo. Il sito e l'ipogeo sono stati oggetto nel 1995 di una mostra allestita a Palazzo Sinesi dalla Fondazione Archeologica Canosina e dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia e, successivamente, nel 2010 di un intervento di recupero e valorizzazione effettuato dalla Fondazione Archeologica Canosina con fondi del 5x1000.
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