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Il
quadro storico
L'inesorabile processo di 'romanizzazione' del territorio segna
una battuta d'arresto all'inizio della seconda guerra punica (218a.C.-201a.C.).
Tuttavia, la fedeltà che Canosa dimostra a Roma all'indomani dell'epico
scontro del 2 agosto 216 a.C., lungo le rive del fiume Ofanto nei
pressi di Canne, vicus di Canosa, sarà, al termine delle ostilità,
ampiamente ripagata. Proprio a Canosa, dalla famiglia della leggendaria
matrona Busa, troverà ospitalità parte dell'esercito romano sconfitto.
La definitiva vittoria sui Cartaginesi e sui loro alleati, grazie
alla quale Roma sarà al centro del Mediterraneo, rappresenta per
Canosa una nuova fase di splendore e potenza. Nell'ambito della
successiva sistemazione delle popolazioni italiche nelle tribù romane,
Canosa e il suo territorio sono inseriti nella tribus oufentina.
I buoni rapporti tra le due città si rompono tra il 90 e 88 a.C.
quando le comunità apule e la stessa Canosa insorgono schierandosi
dalla parte dei soci italici nella guerra sociale. Roma, pur vittoriosa,
cede la cittadinanza romana agli sconfitti, i cui centri più importanti,
dalla metà dello stesso secolo, vengono organizzati in municipii,
comunità di cittadini romani autonome nella giurisdizione amministrativa
e penale inferiore, ma totalmente dipendenti da Roma. La città è
affidata ad un quattuorvirato scelto da un ordo decurionum composto
a sua volta da magistrati locali in pensione, su esemplificazione
del governo di Roma. L'omologazione al modello romano influenza
ovviamente lo stile di vita indigeno pressoché ellenizzato; ne sono
eloquente testimonianza i rituali funerari che, almeno inizialmente
continuano a prediligere l'uso degli ipogei; è il caso della nobile
fanciulla Medella, figlia di Dasmus, le cui ceneri, deposte in un'urna,
secondo un'usanza tipicamente romana, vennero lasciate nell'ipogeo
Lagrasta I; l'affermazione dei costumi romani determina, in
seguito, l'edificazione di monumenti funebri in laterizi, in alcuni
casi di notevoli dimensioni, costruiti agli ingressi della città.
Durante l'età di Antonino Pio (seconda metà II secolo d.C.), l'intervento
di Erode Attico, legato imperiale, ricco cittadino ateniese con
possedimenti in questa zona, segna la trasformazione di Canosa da
municipium a colonia con il nome di Colonia Aurelia Augusta Pia
Canusium. Il nuovo status s'accompagna ad una vasto rinnovamento
urbanistico con la realizzazione dell'anfiteatro, di un acquedotto,
di complessi termali, dell'enorme tempio dedicato a Giove e di un
Foro fiancheggiato da botteghe. Agli inizi del III secolo la città,
pur scossa dalla crisi politico-amministrativa che investe tutto
l'impero, continua ad essere centro di primaria importanza nella
regio secunda come documenta innegabilmente la rara tavola bronzea
dei decurioni che oltre ai magistrati locali in carica nell'anno
223 d.C. cita un copioso elenco di patroni, cittadini canosini non
residenti nel territorio che, per meriti e interessamento verso
la città, avevano senatus municipale il diritto di partecipare alle
sedute plenarie.
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Tempio
di Giove Toro (metà
del II secolo d.C.) 
Noto
agli studiosi dal XVIII secolo, il sito fu sottoposto a indagine
archeologica dal 1978. Si accertò così che al centro della città
moderna si conservavano i resti di un tempio periptero con sei
colonne sui lati corti e dieci sui lati lunghi, con alto podio,
paramenti in laterizio e una ampia scalinata d'accesso rivolta
ad est verso l'attuale Via Imbriani. Il nome del monumento è dato
dal ritrovamento nell'area di una statua di Giove; l'attributo
Toro, invece, identificava, in epoca medievale, una zona sopraelevata.
Il tempio s'inserisce sicuramente nel quadro delle ristrutturazioni
urbane di età antonina.
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Terme
Lomuscio (metà del II secolo d.C.)

Oggetto
di parziali scavi negli anni 1957-58, il sito è un interessante
esempio di terme private, costituite da una serie di ambienti absidati,
realizzati in opus vittatum, un praefurnium e una latrina circolare,
al cui interno sono presenti canali per la raccolta dei liquami.
L'approvvigionamento idrico del complesso era assicurato dal contemporaneo
acquedotto realizzato da Erode Attico che, a poche centinaia di
metri, alimentava anche le grandiose terme pubbliche, scoperte negli
anni '50 e definitivamente occultate sotto anonimi condomini di
sei piani, nell'attuale p.zza Terme.
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Via
Traiana (inizi II secolo d.C.) 
La
Via Traiana, situata a nord-est dell'abitato moderno, corre parallela
alla odierna statale 98. Realizzata dall'imperatore Traiano nel
108 d.C., per facilitare gli spostamenti da e per Brindisi, principale
porto verso l'Oriente; oltre ad essere completamente basolata, era
affiancata da massicci cippi miliari che, in miglia romane, riportavano
la distanza da Benevento, stazione di partenza. Lungo il percorso
si allineano diversi monumenti funerari.
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Arco
Traiano (metà del II sec. d.C. )
L'arco
Traiano, detto anche di Varrone, è un monumento onorario posto a
circa un chilometro dall'abitato moderno. La Via Traiana entrava
in città passando al di sotto dell'arco, che costituiva così l'ingresso
monumentale alla città e un elemento divisorio tra la città dei
vivi e quella dei morti. E' ad un solo fornice, rivestito da una
cortina in opus lateritium molto rimaneggiata.
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Torre
Casieri (inizi del II sec.d.C. )
Il
suo stato di conservazione può definirsi soddisfacente e non si
discosta di molto dalle descrizioni del 1783 dell'abate di Saint-Non
e dalla relativa raffigurazione del Desprez. Il monumento sepolcrale,
in conglomerato cementizio rivestito da laterizi, è costituito
dalla sovrapposizione di tre corpi: un basamento, un corpo centrale
e un piccolo tamburo cilindrico. All'interno della tomba vi è
una camera rettangolare, voltata a botte; le pareti sono rivestite
di mattoni ed una cornice ne sottolinea l'imposta della volta
cementizia. Torre Casieri rientra nella tipologia delle tombe
a dado.
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Mausoleo
Barbarossa (I d.C. - II d.C.) 
A
trecento metri ad nordovest di Torre Casieri, si può visitare
il Mausoleo Barbarossa. Il monumento, oggetto di scavi nel 1958,
fu trovato completamente spoglio del rivestimento architettonico
e privo del corredo funebre. Era essere suddiviso in due piani:
in conglomerato cementizio, quello inferiore costituito da un
largo basamento quadrangolare e quello superiore, di cui rimane
solo l'impronta, da un torrione circolare. Nella zona a sud si
apre il corridoio d'ingresso, con pareti rivestite in opus reticulatum.
La camera sepolcrale presenta forma di croce greca e sulle pareti
nord ed est sono state realizzate delle mense funebri. Queste
caratteristiche lo ascrivono ad una precisa categoria di monumenti,
tra cui il più noto è quello di Cecilia Metella. Il mausoleo,
uno dei più antichi presenti nell'area, datato tra I sec.a.C.
e I sec.d.C., è ubicato su un ipogeo del IV sec. a.C., di cui
rimane il dromos ed il prospetto della cella centrale, ed inserito
in un'area cimiteriale con tombe di epoca sia precedente che posteriore.
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Mausoleo
Bagnoli (fine del II sec. d.C.) 
Dirigendosi
verso l'antico ponte sul fiume Ofanto, il mausoleo Bagnoli è adesso
al centro di un progetto di valorizzazione della Via Traiana e del
Tratturo Regio d'età aragonese, con la creazione di spazi di ristoro
e di una pista ciclabile. L'edificio, a due piani, non è integro,
ma il buono stato di conservazione consente comunque di ricavarne
le caratteristiche strutturali ed architettoniche; costruito in
conglomerato cementizio e rivestito da una cortina laterizia in
mattoni di diverso colore, ha pianta rettangolare, con il pianterreno
coperto a botte e il piano superiore con tetto a doppio spiovente,
secondo uno schema tipico delle tombe definite a podio o a tempio.
Il rinvenimento nell'area di una epigrafe frammentaria, avvenuto
durante la campagna di scavi del 1903, avrebbe identificato la famiglia
committente nella gens Mummia, collegata alla gens di Annia Regilla,
moglie di Erode Attico, i cui legami con Canosa e il suo territorio
sono storicamente attestati.
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Ponte
sull'Ofanto (inizi
del II sec. d.C.)

Il
ponte, posto sul tracciato della Via Traiana, è costituito da
quattro grossi piloni a forma di punta di lancia e cinque arcate
di diverse dimensioni. Dell'originale costruzione restano soltanto
i pilastri, l'imposta delle arcate e la platea di fondazione,
ma i diversi restauri subiti, specie dal periodo aragonese, non
ne hanno alterato la struttura. Recentemente la messa in luce
dei resti di ampie banchine basolate, sembrerebbe confermare l'esistenza,
in epoca imperiale di un approdo per barche.
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