L'ETA NORMANNO SVEVA (XI sec. - XIII sec.)

 

 

· Il quadro storico

· La cattedrale di San Sabino

· Il Mausoleo di Boemondo d'Altavilla

· Il castello sulla collina dei SS.Quaranta Martiri

 

 

Il quadro storico

La conquista normanna dell'XI secolo offre a Canosa la possibilità di recuperare, sia pure parzialmente, l'importanza avuta sotto i Longobardi, anche se il dominio normanno ha per la città un carattere ambivalente. Dopo l'arrivo in Puglia nel 1015-1016 ed il conferimento, nel 10XX, del Ducato di Puglia e Calabria a Roberto il Guiscardo, esponente della casata degli Altavilla, i nuovi padroni privilegiano i centri costieri a scapito di quelli più interni come Canosa, favorendo ulteriormente l'egemonia di Bari e l'ascesa di Canne, già vicus del territorio canosino. D'altro canto, dalla nuova sistemazione del territorio appulo-calabro, esce esaltato il ruolo strategico di Canosa, diventata imprescindibile centro di collegamento fra Melfi, capitale del ducato, Venosa, sede del sepolcro celebrativo degli Altavilla, e la costa adriatica. A questa ragione si possono attribuire i restauri al fortilizio sulla collina detta dei SS. Quaranta Martiri ed un presumibile ripristino - sia pure in dimensioni ridotte - delle mura della città. Forse a questo stesso ruolo strategico potrebbe essere attribuito l'interesse per Canosa da parte di Boemondo d'Altavilla, figlio di primo letto del Guiscardo, che contende lungamente la città al fratellastro Ruggero Borsa, al quale era stata formalmente assegnata dal padre. I suoi frequenti soggiorni a Canosa lo portano a promuovere un radicale restauro della cattedrale, che forse per suo stesso interessamento viene solennemente consacrata a San Sabino nel 1101 dal papa Pasquale II, convenutovi per un Sinodo con altri vescovi meridionali. Perciò alla sua morte, nel 1111, il principe non può che esservi sepolto, nel mausoleo che porta il suo nome. Con la morte di Boemondo termina per Canosa, la breve ma florida stagione inaugurata dal principe normanno, anche se la città non rimarrà esclusa dalla considerazione dei successori del Guiscardo; questi infatti doneranno alla Chiesa canosina numerosi possedimenti e alla cattedrale il titolo onorifico di Cappella Palatina. La politica di assetto del territorio non muta molto, con l'avvento al potere della dinastia sveva, dopo complicate vicende dinastiche. Continua infatti per Canosa il declino sia commerciale che come centro politico e amministrativo della regione, anche a causa dalla rifondazione sveva della vicina Andria. Tuttavia, la sua posizione geografica, al centro dei possedimenti svevi, impone all'imperatore Federico II di intervenire sulla cattedrale e sulla fortezza, quest'ultima amministrata, per la sua importanza determinante, direttamente dalla corona. La morte di Federico II e i contrasti tra Manfredi e il Papa circa il dominio sul regno meridionale, videro coinvolta Canosa e il suo castello, nel quale Manfredi risiede spesso durante le continue lotte contro i baroni del Regno. Adibito a prigione, insieme a Castel del Monte, dal re Roberto d'Angiò, il castello canosino è testimone anche di una delle ultime fasi della dinastia sveva; qui infatti furono rinchiusi alcuni congiunti di Manfredi, i cui figli, successivamente, sarebbero stati addirittura sepolti nella cattedrale dedicata a San Sabino.

 

 

 

 

 

La Cattedrale di San Sabino (sec. XI)

Attualmente la cattedrale presenta all'esterno un aspetto prettamente ottocentesco, risultato dei grandi interventi operati sull'edificio alla fine dell'800; interventi che videro l'allungamento del piedicroce dell'antico edificio e, ovviamente, la costruzione di una nuova facciata. La struttura antica fu praticamente 'inglobata' nella nuova fabbrica, senza modifiche sostanziali ed è, perciò ancora molto riconoscibile. La chiesa, a pianta basilicale a croce latina, è divisa in tre navate, con la centrale più larga di quelle laterali. Le sue origini sono antichissime, dal momento che l'edificio sorse, probabilmente intorno al VI secolo, durante l'episcopato di Sabino sui resti di edifici romani. Tuttavia di quell'edificio rimane poco perché negli anni, fu sottoposta a numerosi e consistenti restauri, soprattutto in età longobarda, al tempo del Duca Arechi II (fine VIII sec.), quando fu dedicata ai SS.Giovanni e Paolo dal vescovo Pietro, collocandovi le reliquie di San Sabino ne fece la cattedrale di Canosa. La sua dedicazione a San Sabino avvenne, però, solo nel XII secolo, in età normanna, con l'intervento di Papa Pasquale II. La navata centrale e i bracci del transetto sono chiusi da cinque cupolette estradossate senza tamburo, all'esterno attualmente coperte da tegole in terracotta, imitanti la copertura antica, tipica delle chiese a cupola di matrice bizantina. Alle cupolette si raccordano, per mezzo di arconi di scarico colonne di spoglio di epoca classica e di fatture diversa. Particolarmente pregiate sono quelle monolitiche in verde antico. La tessitura muraria dell'edificio, oggi visibile solo nella parete esterna del braccio destro del transetto, presenta una disposizione in 'opera vittata' che ne confermerebbe le origini longobarde. Dell'edificio medievale, oltre alle strutture portanti, rimangono due importanti pezzi dell'arredo liturgico originario: l'ambone e la cattedra vescovile.

L'ambone - Fu scolpito nell'XI secolo dallo scultore Acceptus, del quale è una delle poche opere note, insieme ad un altro ambone, però frammentario nel Santuario di Monte Sant'Angelo. Autore e committente dell'opera sono, come da tradizione, ricordati in un'iscrizione, scolpita sul monumento.

La cattedra vescovile - Opera dello scultore Romualdo è in pietra di due tonalità diverse e in origine era policroma. Un'epigrafe, sul fianco destro del monumento, ne menziona non solo l'artefice ma anche il committente: Ursone arcivescovo di Canosa e Bari nel 1087, anno dell'arrivo a Bari delle ossa di S.Nicola.

La cripta - Fu forse costruita contemporaneamente alla chiesa superiore. Il suo aspetto attuale è determinato dai numerosi restauri operati nei secoli, soprattutto quelli del'500 e della fine dell'800. Al centro del pavimento della navata principale una piccola epigrafe in pietra ricorda la traslazione delle ossa di San Sabino, avvenuta il 1°agosto di un anno imprecisato intorno alla metà dell'VIII secolo, in seguito alla quale la chiesa assunse le funzioni di cattedrale di Canosa.

 

 

Il Mausoleo di Boemondo D'Altavilla - Addossato al muro esterno del braccio destro del transetto, fu eretto dopo il 1111, anno della morte di Boemondo. Per la struttura esterna i progettisti si ispirarono alle esperienze crociate di Boemondo, visto che il mausoleo ricorda molto da vicino il tempietto sovrastante il Santo Sepolcro di Gerusalemme. L'edificio è diviso in due parti: quella superiore caratterizzata da un 'tamburo' poligonale oggi coperto da una cupoletta emisferica; quella del mero corpo del monumento di forma quadrangolare, con una piccola abside a destra, rivestito di lastre di marmo greco di reimpiego e scandito da arcatelle cieche e lesene. All'interno si accedeva attraverso una porta bronzea realizzata alla fine dell'XI secolo da Ruggero, bronzista di Melfi. All'interno il mausoleo si presenta oggi spoglio, a causa dei ripetuti restauri. Gli unici elementi decorativi sono costituiti da due grandi colonne di sostegno e dalla lastra incassata nel pavimento, che ricopre la tomba di Boemondo riportando la semplice dicitura: 'BOAMUNDUS' in una raffinata cornice.

 

Il Castello

Fu eretto sulla collina che anticamente ospitava l'acropoli daunia, dai cui edifici sarebbe stato asportato gran parte del materiale da costruzione. Ci sono dubbi circa l'epoca di costruzione dell'edificio. Parrebbe abbastanza sicura una sua origine bizantina o, al più tardi, longobarda; tuttavia, fu forse quasi completamente ricostruito in età normanna, durante il regno di Roberto il Guiscardo (1071-1085). Del castello sono oggi visibili i muri perimetrali e le torri in parte crollate, realizzati con grandi blocchi di pietra calcarea, che sostengono blocchi squadrati di tufo carparo. Nonostante il pessimo stato di conservazione, dell'edificio è ancora riconoscibile la pianta: a esagono irregolare, recante, grosso modo, ad ogni angolo una torre quadrata. La meglio conservata è quella sud, identificata come il probabile 'mastio' o 'donjon' normanno. Tutte le strutture abitative e difensive del castello dovettero subire molti danni fra '700 ed '800, dopo l'abbandono della residenza da parte dei principi di Canosa, fino al crollo definitivo avvenuto forse nel 1856, dopo un violento terremoto, a seguito del quale il castello fu lentamente privato dei massi che ne costituivano la muratura, usati come materiale da costruzione dagli stessi abitanti della zona.

   

Le età successive

La fine della dinastia sveva coincise con l'inizio della dominazione angioina, sotto la quale Canosa rimase sino al '400, quando il Regno di Napoli passò agli Aragonesi. Sotto questa dinastia vi fu una sistemazione del suo territorio extraurbano anche se fu lungamente contesa dalle diverse truppe di occupazione che percorsero il regno e sottoposta a gretti regimi di stampo feudale. Nei secoli XVI e XVII divenne feudo degli Orange, prima, e dei Grimaldi di Monaco, poi. Successivamente, sottratta a questi ultimi, fu aggiudicata all'asta agli Affaitati di Barletta, passando definitivamente, dopo pochi anni, nel 1705 ai Capece Minutolo di Napoli, che la avrebbero amministrata come Principi di Canosa sino al 1860, quando entrò a far parte del Regno d'Italia, seguendo le vicende dello stato unitario sino ad oggi. Depredate le sue vestigia monumentali e smarrito il proprio orgoglio e la propria identità storica, ai Canosini non restò altro da fare che dedicarsi al duro lavoro dei campi, che rese tuttavia possibile la sopravvivenza, seppur stentata, della città, ormai tagliata fuori da ogni centro di potere. Una tenue ripresa si manifestò nel rifiorire dell'attività edilizia e nella 'coltivazione' di cave di tufo sotterranee, spesso con sviluppo di parecchie centinaia di metri, addirittura con gallerie sovrapposte; la generosità della terra e, più di ogni altra cosa, l'operosità dei nostri contadini, rese necessario, nei secoli successivi trasformare le 'grotte' in cantine o frantoi, oggi purtroppo inglobati e sottostanti il centro abitato.